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Intervista a Marina Petternella

23 agosto 2016 Stampa articolo

marina petternellaUna delle figure più rilevanti all’interno dell’organizzazione del torneo e per portare avanti il nome di Mirko Petternella, è sicuramente la moglie Marina. Siamo andati a trovarla e le abbiamo chiesto un ricordo personale del giornalista e dell’uomo.

“Il primo ricordo che mi torna in mente è di quando Mirko mi portò per la prima volta a Rovigo, in occasione di una tavola rotonda sul rugby a metà degli anni settanta, iniziò il racconto con i suoi ricordi di bambino. Una parentesi della sua infanzia nella città delle rose. Mi mostrò la scuola elementare nel viale della stazione dove andava a prendere il fratello e la casa dove abitò per alcuni anni. Ricordava i racconti della mamma e le rose che li avevano accolti nella nuova città. Non si parlava allora di rugby, lui era troppo piccolo e poi in quegli anni lo scudetto lo vincevano Roma e Milano.

E poi mi presentò il mitico Isidoro Quaglio e la sua altrettanto mitica Gisella (Enrica forse non era ancora nata o succhiava appena il latte con i nutrienti del rugby) e fu amicizia a prima vista.

 

Come non amare questa città? Ed era destino che proprio la città delle rose, come ho sempre sentito dire in famiglia, continui la memoria di Mirko con il suo Torneo”.

 

Come è nata la decisione di ricordarlo appunto con una manifestazione di questo tipo?

 

“L’idea è nata dai fantastici Quaglio. Lo stesso anno, a pochi mesi dalla scomparsa di Mirko, hanno “inventato” il torneo di rugby femminile a sette. Il 3 novembre del 1996 in un giorno di nebbia pieno di emozioni è iniziata questa grande avventura che è stata ed è tuttora per me una grande consolazione. Ma voglio ricordare quella prima volta anche con un sorriso. Qualcuno mi ha chiesto cosa ne avrebbe pensato Mirko di un torneo al femminile. Mirko amava le donne e il rugby, perciò il torneo rappresenta la sintesi dei suoi amori. Ovviamente Mirko è stato anche uno dei primi a capire e a valorizzare questa disciplina giocata dalle ragazze”.

 

Il suo rapporto con la palla ovale.

 

“Sono stata una sportiva, da ragazza ho fatto salto in alto e pattinaggio a rotelle e seguito da spettatrice quasi tutti gli sport. La conoscenza del rugby invece è iniziata tardi, con Mirko. Ricordo le prime partite dove non capivo quasi nulla, ma ero affascinata dal gioco e lui con la sua bellissima voce, mi spiegava le azioni. E da allora ho continuato a seguirlo. In ogni città dove vado mi accolgono con lo stesso affetto che avevano per mio marito e un posto in tribuna per il Sei Nazioni è sempre “prenotato” per me.

Ho donato a Corrado Mattoccia, che ha avuto l’idea del Museo del Rugby, tutte le cose di Mirko: libri, riviste, cravatte, distintivi. La sua storia nella storia del rugby”.

 

Se fossi una giocatrice, saresti?

 

“Non mi sono mai pensata come una giocatrice, è una domanda curiosa. Ammiro le ragazze del rugby in tutti i loro ruoli, perché sono speciali in campo e fuori. Rappresentano lo spirito di amicizia e lealtà che mi ha fatto amare, grazie a Mirko, questo sport.  Sentimenti e comportamenti che cerco di applicare nella mia vita quotidiana: ogni azione ha bisogno di un ruolo e io tento di trovare quello giusto in ogni momento, come ha scritto Mirko “affrontare la vita sarà un gioco da ragazzi … e il rugby è una gran bella maniera di viverla”.

Ma permettimi di aggiungere, avendo vissuto momenti straordinari di rugby, come la finale dei campionati del mondo in Sudafrica nel 1995, che avrei voluto giocare in tutti i ruoli di quella squadra che il 24 giugno ha avuto un appuntamento con la storia. In tribuna Nelson Mandela e tutto un paese unito”.

 

In questi anni hai visto crescere il torneo e di conseguenza il rugby femminile. Come hai trovato le ragazze?  Quali aspetti ti hanno colpita di più?

“Non sono in grado di dare un giudizio “tecnico” obiettivo, perché quando giro tra i campi del torneo mi lascio prendere più dall’emozione che dall’oggettività, ma quello che posso notare è il cambiamento e la maturazione del rugby femminile a sette durante tutti questi anni.

All’inizio giovani piene di entusiasmo ma inesperte, che alle volte mancavano di affiatamento, ora c’è più consapevolezza e capacità di gioco.

Un torneo nato per rendere omaggio a un amico è diventato molto importante. Nazionale prima e internazionale adesso. Preparatorio, quasi un test in vista dei campionati.

Una disciplina, quella del rugby a sette femminile, presente per la prima volta alle Olimpiadi di Rio 2016. Purtroppo non c’era l’Italia, ma sono certa sarà per i prossimi giochi”.

 

Una kermesse che continua a crescere e che è arrivata alla storica edizione del ventennale. 

 

“Vent’anni. Un traguardo che non avrei mai immaginato di raggiungere. Forse nemmeno gli organizzatori, anzi le organizzatrici, perché la “magia” di tutto questo che si può tradurre con “amore”, è continuata anche dopo l’altra grave perdita il 2 aprile del 2008 di Isidoro Quaglio. Ho pensato che tutto sarebbe finito. Con quale stato d’animo Gisella ed Enrica avrebbero potuto continuare?

E invece siamo qui a pochi giorni dal ventesimo anniversario.

È questa la mentalità, la forza, il coraggio di chi ama e vive il rugby”.

C.S.



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