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Intervista a Luciano Ravagnani, giornalista di All Rugby

29 agosto 2016 Stampa articolo

INTERVISTA AD ALESSANDRO ANDRIOLLILuciano Ravagnani è universalmente conosciuto come uno dei padri del giornalismo di rugby, una passione che l’ha impegnato tutta la vita sui campi, ma anche nelle redazioni di quotidiani, riviste e nella creazione di libri divenuti nel tempo vere e proprie Bibbie per gli appassionati del genere.

Oggi è tra le firme principali e più brillanti del mensile per eccellenza del rugby italiano: All Rugby.

Tante quindi le occasioni di ritrovarsi anche con Mirko Petternella.

“Eravamo quasi coetanei. Lo conoscevo già attraverso la radio per i suoi servizi sullo sport, il rugby sì, ma anche molta scherma ed altro. Allora lo sport era sicuramente più considerato, anche nei notiziari, a livello regionale e nazionale”.

Poi da passione comune e conoscenza mediatica, arriva pure la vicinanza geografica.

“Sono andato a lavorare al Gazzettino a Venezia e quindi le occasioni per incontrarsi sono aumentate. Lui aveva una certa predisposizione per il rugby, che lo appassionava molto. Lo ricordo come una persona gentile, precisa e come un collega al quale mi legava particolarmente questa passione per la palla ovale”.

Un amore comune che sfociò anche in una collaborazione nella formazione di una delle realtà tradizionali più importanti nel palcoscenico rugbistico di quei tempi: i Dogi.

“Fu Alessandrini a contattarci. Era una persona avanti anni luce dal punto di vista del marketing e della promozione. I Dogi erano praticamente appena stati formati, ma capirono di dover anche attirare le attenzioni della stampa per arrivare al grande pubblico e così entrammo nel direttivo. Mirko fece molto per i Dogi. Era sempre presente, li seguiva anche nei tour ed era il punto di riferimento per tutto il movimento rugbistico.

Aveva i suoi due minuti di rugby al termine delle partite di calcio, dava i risultati e sceglieva una partita di campionato per trasmettere una piccola sintesi.

È stato un bravo giornalista, grande amico di Sandro Ciotti, ed ha partecipato a mondiali ed Olimpiadi, a diverse edizioni di programmi importanti come la Domenica Sportiva. Per lo sport italiano in generale e veneto in particolare ha davvero fatto molto”.

Poi arrivò anche l’amicizia.

“Diventammo quasi vicini di casa, perché abitavamo a circa 200 metri di distanza a Venezia nella zona di Campo S. Polo. Lui ormai era un poeta del rugby. Non aveva un’attenzione particolare per l’aspetto tecnico, ma lo colpiva molto tutta la dinamica umana.

Poi c’è stata la conoscenza anche con Marina, che lo ha sempre seguito nel suo lavoro e anche per merito suo è nato quello che oggi è il torneo alla memoria. Il loro era un rapporto da invidiare, quasi da film. Ora Marina porta avanti il nome di Mirko assieme alle Rose e tutto il mondo del rugby italiano ne dovrebbe essere grato”.

Era un rugby che forse con un pizzico di nostalgia ormai non c’è più.

“Oggi guardiamo il Seven alle Olimpiadi, ma allora in Italia c’erano tante occasioni di vederlo. Mi ricordo che per una decina d’anni si disputò un torneo internazionale a Claut in provincia di Pordenone. Un piccolo paesino di un migliaio di abitanti che oggi forse non direbbe più nulla, ma allora era la sede estiva di Piras della Metalcrom Treviso e lui voleva fortemente tenere questa manifestazione, invitando grandi squadre e giocatori. Ed era un appuntamento fisso. Ai giorni nostri si è un po’ perso il rugby a sette, ma forse con l’approdo olimpico potrà tornare ad essere rivitalizzato ed in questo sono convinto che un grande contributo arriverà prima dalle donne che dagli uomini”.

 

C.S.



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