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Intervista a Manuela Furlan, estremo della Nazionale Italiana

31 agosto 2016 Stampa articolo

petternellaManuela Furlan è una delle giocatrici più apprezzate e delle atlete più complete nel panorama della palla ovale italiana. Il rugby scorre nelle vene di famiglia ed a Treviso, con la maglia delle Red Panthers, Manuela ha trovato la sua dimensione, almeno fino a quest’anno, prima di un’importante scelta di vita e di sport. “In ritiro, durante il Sei Nazioni, parlavamo spesso assieme io e Michela Sillari del Colorno. Lei si è laureata da poco e stava progettando un anno sabbatico e pensava ad un’esperienza in Inghilterra. Così quasi per ridere ha proposto anche a me di andare. Allora abbiamo parlato un po’ con Veronica Schiavon, che aveva avuto un’esperienza a Richmond, e in men che non si dica abbiamo iniziato la nostra avventura, assieme anche alla mia compagna di squadra a Treviso, Jessica Busato”.
La formazione è la costola femminile dei famosi Harlequins, che proprio quest’anno festeggeranno I 150 anni dalla fondazione a due passi dal mitico Twickenham.
“È davvero un altro mondo. Tutto estremamente professionale ed organizzato. In campo non mi era mai capitato di vedere così tanta gente. Penso al massimo di avere avuto tre allenatori, lì invece ci sono quattro allenatori, il manager, due preparatori atletici e i fisioterapisti. Abbiamo iniziato la preparazione il primo luglio e sta andando tutto molto bene. Certo quando una macchina del genere parte, poi non ti devi proprio più fermare. Devi sempre essere al top, sia fisicamente che mentalmente e gli allenatori oltre che sulla tecnica, lavorano moltissimo anche sulla motivazione e l’aspetto psicologico”.
Un po’ la iper professionalità che si è vista anche ai Giochi Olimpici di recente.
“Un’altra vetrina straordinaria ed affascinante. Vedi queste ragazze alle Olimpiadi e ti rendi conto di che preparazione incredibile ci sia dietro. D’altronde molte sono specializzate in quella attività. Durante tutta l’annata sportiva hanno l’occasione di trovarsi più volte e lavorare assieme. I ritmi, poi, sono davvero altissimi, basti pensare alle due finali”.
Non che l’Italia, però, stia sfigurando in questo campo, anzi.
“Siamo un ottimo gruppo e credo che molto merito vada dato ad Andrea Di Giandomenico, il nostro allenatore. Ci sono delle frasi che ci ripete spesso e che sono diventate per noi una sorta di mantra e che ci aiutano a restare unite e a superare le difficoltà. Tra queste mi piacciono soprattutto ˂Che non ve l’avevo detto che siamo forti˃ e ˂Che non ve l’avevo de6o che abbiamo i trequar7 che corrono˃. Ci sono sta7 in passato momenti in cui alcune delle nostre certezze sono venute a mancare. Penso ad esempio quando abbiamo perso a Benevento la partita per la qualificazione e siamo rimaste fuori dai Mondiali nel 2014. Avere una persona di riferimento come lui ed essere un gruppo così unito ci ha dato la forza per superare queste vicissitudini e per ottenere i risultati che tutti vedono oggi”.
Rugby estero e Nazionale sì, ma nel rugby italiano l’appuntamento fisso di inizio anno è quello con il Torneo Petternella.
“Ho partecipato a diverse edizioni e avuto anche la fortuna di vincerlo qualche volta. Ricordo un paio di finali con il Colorno, una fortunata e una meno. È un bel torneo che, appunto, segna l’inizio della nuova stagione e quindi lo si affronta sempre molto volentieri, anche se è l’unico Seven a tutto campo in Italia e concentrato in una sola giornata, quindi è anche faticoso (ride, ndr). Comunque è un piacere parteciparvi ed è sempre tutto splendido, dalle partite all’organizzazione, al terzo tempo”.

C.S.



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