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Intervista a Marco Pastonesi, giornalista de La Gazzetta dello Sport

8 settembre 2016 Stampa articolo

marco-pastonesiMarco Pastonesi è uno degli ultimi poeti-giornalisti rimasti nel mondo dello sport. Grande appassionato di rugby e ciclismo, scrive sulle famosissime pagine rosa della Gazzetta dello Sport e collabora con il sito internet OnRugby. Tra le sue pubblicazioni più conosciute figurano libri dedicati al rugby, dal Sei Nazioni agli All Blacks, passando per quello che a Rovigo è considerato forse il suo capolavoro più autentico “La leggenda di Maci”, recentemente ristampato.
A lui abbiamo chiesto un ricordo personale di Mirko Petternella.

“Era una voce. Era la voce del rugby. Era il rugby fatto voce. Se Paolo Rosi impersonificava il rugby televisivo, Mirko Petternella materializzava il rugby radiofonico. Le sue erano piccole incursioni da un altro pianeta, e ci gratificava con punteggi molto più rotondi – quasi un controsenso trattandosi di ovali – di quelli del calcio. In sottofondo si sentivano schiamazzi da gradinate ruspanti, s’immaginavano lotte fangose, s’intuivano dialetti veneti, incoraggiamenti aquilani, esclamazioni frascatane. A suo modo, un piccolo mondo antico, orgoglioso, tradizionale. E lui, Petternella, in quei collegamenti sottratti al dio calcio, ci rappresentava tutti”.

Da vent’anni a quel nome è legato un importante torneo. Come l’hai conosciuto?

“Attraverso Doro Quaglio. Mi sembrava che, rispetto al rugby femminile, Doro fosse una sorta di San Paolo convertito sulla strada di Damasco. Peccatore, perché considerava il rugby uno sport riservato non alle donne e forse neanche agli uomini, ma esclusivamente a lottatori, combattenti, guerrieri, meglio se eroi. Ma peccatore pentito, o forse represso, comunque ravveduto e disciplinato. E infine profeta, o forse evangelista, o almeno apostolo di un movimento che ha conquistato dignità e valore”.

Una strada per Damasco o per Ovalia che il rugby femminile percorre sempre più velocemente.

“È un movimento che sta crescendo, lentamente, e la crescita lenta è quella più certa, più sicura, più duratura. Il rugby possiede valori morali, educativi e sociali, oltre che sportivi, spettacolari e estetici, troppo importanti per poter essere riservato agli uomini, e le preoccupazioni fisiche per le donne sono più pregiudiziali che non reali. Il Campionato si consolida, le giovanili s’irrobustiscono, le nazionali s’impongono, il livello cresce. Il rugby femminile non è più una stranezza, ma la parte – indispensabile, direi – di Ovalia, e di ogni rugby club”.

Il rugby a sette, di cui il Petternella è la voce principale in Italia, intanto ha fatto intrusione ai Giochi Olimpici, con tutta la sua festosità ed eleganza.

“Il Petternella ha anticipato i tempi. All’inizio dev’essere stato un atto di coraggio e fede, una dichiarazione di amore e passione, un inno e un elogio al rugby. Adesso è la stella cometa del rugby femminile: un appuntamento classico, che illumina e orienta. Come lo era, quarant’anni fa, l’Heineken Cup, il torneo a sette che si giocava ad Amsterdam. E l’olimpismo del rugby a sette porta ancora più luce al nostro torneo”.

Atto di coraggio e di fede i cui profeti hanno nomi e cognomi ben conosciuti.

“Gisella, Enrica, Marina: decisive. Ma il rugby italiano è ricco di tante Giselle, Enriche e Marine. Non ne può fare a meno. Vive sul volontariato, soprattutto su quello delle donne. Mamme, nonne, fidanzate, sorelle. Nei terzi tempi, nel servizio accompagnamento e in quello lavaggio, negli incoraggiamenti e negli esempi. E da anni anche come avanti e trequarti. Se nel Sei Nazioni gli italiani fossero forti come lo sono le italiane, non solo ci saremmo risparmiati tanti cucchiai di legno, ma avremmo affilato anche i coltelli di acciaio. Il rugby femminile sa essere perfino più bello di tanto rugby maschile: meno fisico, più tecnico, meno muscoloso, più strategico, meno autoscontri, più genialità”.

C.S.



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