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Intervista ad Antonio Liviero

12 settembre 2016 Stampa articolo

petternellaAntonio Liviero è una delle firme più conosciute nel rugby nazionale. I suoi spunti sulle colonne del Gazzettino al lunedì sono assolutamente imperdibili e spesso fonte di grandi analisi.
A lui, come ad altri suoi colleghi abbiamo chiesto una riflessione su Mirko Petternella, il torneo che porta il suo nome e la crescita del rugby femminile nel nostro Paese.
Anche in questa intervista, tuttavia, non mancheranno aneddoti davvero interessanti.

“Ho conosciuto Mirko Petternella sui campi quando ero un ragazzino agli inizi e lui già un cronista affermato, che arrivava allo stadio con l’auto della Rai con fonico e vari tecnici al seguito. Ho di lui questa immagine sempre con gli occhiali da sole, ma soprattutto di vera voce del rugby veneto, una persona competente e cordiale”.

Ma il primo approccio, in realtà, come per molti arriva attraverso i media.

“Avevo circa dieci, undici anni e seguivo il TG Sport alla radio e alle 18:45 alla televisione. Era un breve notiziario sportivo di quindici minuti che facevano tutte le sere sulla Rai e dove si parlava di sport vari.
Il mio maestro alle elementari era Osvaldo Ferrari che aveva metodi particolari di insegnamento. Ad esempio facevamo le interrogazioni in stile Rischia Tutto. Prima di ogni lezione, poi, ci faceva condurre una specie di notiziario e io mi ero specializzato nello sport. Erano i tempi del mitico Petrarca di Geremia e della Tosi Mobili a Rovigo. Ricordo anche una telecronaca di Petternella di un torneo Cinque Nazioni, che poi scoprii essere una perla rara, probabilmente una sostituzione di Paolo Rosi”.

Parlando di quello che è diventato nel tempo il torneo, inutile negare che il rugby femminile stia conquistando sempre più spazi.

“Vedo molto bene il rugby femminile, forse meglio di quello maschile in questo momento. C’è molta passione ed entusiasmo. Le ragazze sono riuscite a conservare la voglia e la determinazione che erano tipiche dei tempi d’oro del rugby. C’è quella genuinità che si è un po’ persa in campo maschile.
Il mio primo impatto col rugby femminile è ovviamente avvenuto a Rovigo, dove ho sempre trovato molta competenza e carica. Alle donne invidio un po’ la tanta motivazione nonostante si debbano scontrare con diverse difficoltà, a cominciare dal fatto che ci sono grossi salti generazionali dopo il mini rugby.
Ho, poi, avuto modo di frequentare l’ambiente anche della Nazionale e mi hanno confermato questa prima impressione. Ricordo, in particolare, un viaggio a Cardiff in aereo con le due Nazionali, quella maschile e quella femminile, dove ho avuto modo di fare una sorta di confronto diretto e di apprezzare la spontaneità e l’allegria delle ragazze. E poi naturalmente dalla loro ci sono anche i risultati recenti”.

Cresce anche l’interesse verso il rugby a sette, visto da poco alle Olimpiadi.

“La ritengo una formula centrata. Il rugby è uno sport di combattimento più che di palla e quindi per essere credibile è giusto così, il XV avrebbe tempi di recupero molto più lunghi e conseguenti problemi di calendario. Peccato che l’Italia non sia stata rappresentata. Le Olimpiadi sono un ottimo palcoscenico con una grande audience per presentare un prodotto diverso, più semplice ma anche più apprezzabile in quel contesto. Alla fine qualcuno vedrà la novità di nazioni emergenti, come la prima medaglia olimpica delle Fiji, ma per noi che il rugby lo viviamo da sempre, non è poi una così grossa novità, dato che ne conosciamo benissimo il valore. Considero il Seven anche un’ottima via propedeutica al rugby a XV”.

Da questo punto di vista, forse andrebbe un po’ riscoperta la cultura di questa disciplina anche in Italia.

“Un tempo si organizzavano tornei. Di solito verso fine stagione, mentre spesso all’estero vengono fatti all’inizio ed hanno proprio lo scopo di avviare la stagione agonistica.
Uno dei primi fu il Torneo Algida a Roma e dopo un po’ ne venne organizzato uno concorrente a Rovigo denominato Sanson. Vi partecipavano ottime formazioni e tra i promotori vi fu il mitico Carwyn James.
Spesso lo stesso Rovigo veniva invitato ad importanti tour e tornei all’estero. Ricordo una trasferta a fine anni ’70 in cui fu organizzato un doppio torneo. I bersaglieri parteciparono con una parte, che se non erro comprendeva giocatori come Osti e Bettarello, al torneo del centenario del Bridgend in Galles, mentre un’altra, con i vari Narciso Zanella, Zuin, De Anna, si fermò a Londra allo Stoop di Twickenham per un’altra manifestazione organizzata dagli Harlequins”.

Altri tempi e ricordi particolari.

“In Galles il Rovigo perse i tre incontri e in finale si scontrarono il Cardiff ed il Bridgend padrone di casa, guidato da un grandissimo JPR Williams.
A Londra, invece, ebbero la meglio su una squadra di grande tradizione come i London Irish. Ma c’è un segreto che in pochi sanno.
Carwyn non andò in Galles in quel tour e si fermò con la parte della squadra che sostava a Londra. Prima della partita, in tribuna vennero a salutarlo numerose persone e tra queste arrivò anche Derek Quinnell, grande terza linea della Nazionale del dragone, con il figlio Scott e la moglie.
Scott si ritrovò a fine torneo a giocare sul campo in compagnia di un certo Carlo Checchinato, al seguito del padre Giancarlo, e poi qualche anno dopo si sarebbero davvero ritrovati sul campo da avversari.
Ma ciò che è ancora più divertente è che Carwyn James chiese a Derek Quinnell di giocare con il Rovigo a corto di giocatori e fu così che uno dei più grandi atleti nella storia del rugby gallese finì per vestire la maglia rossoblu.
Il Rovigo fu così anche l’unica squadra fischiata alla lettura delle formazioni perché il pubblico inglese non ne poteva più delle sconfitte dello straordinario Galles degli anni ’70.
Ma questo era un po’ il rugby di allora e la bellezza del Seven, di cui Carwyn James fu un grande fautore e promotore, così come di quello che oggi definiamo rugby touch o tocco, che lui faceva fare prima di ogni allenamento per affinare le qualità tecniche di handling e la corsa”.

C.S.



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