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Intervista ad Elena Barbini, fotografa di rugby

19 settembre 2016 Stampa articolo

petternellaElena Barbini è una delle fotografe più conosciute ed apprezzate per qualità nel mondo dello sport e della palla ovale in particolare, una testimonianza ulteriore che anche in uno sport ruvido come la palla ovale, il gentil sesso ha sempre un suo grande perché e sa trasmettere emozioni senza eguali.
Anche perché il rugby in famiglia scorre ormai da generazioni ed a tutti i livelli.

“Ho iniziato da adolescente a seguirlo, quando il sabato giocavo a pallavolo e poi la domenica andavo a seguire le partite di mio fratello Gian. Poi hanno iniziato i miei figli a giocare e allora ho coniugato la passione per la fotografia, che mi era stata trasmessa da mio padre, che amava soprattutto foto naturalistiche e di paesaggio”.

Da lì una carriera folgorante e quella che è diventata ad oggi qualcosa più che una passione e che l’ha fatta diventare una delle più quotate rilevatrici di immagini a livello nazionale e non solo.

“Quando ho iniziato a portarmi la macchina fotografica al campo per le partite dei miei figli sono naturalmente arrivate anche le prime richieste. Poi Giorgio Sbrocco, che allora curava il giornalino ufficiale del Petrarca Padova, mi chiese di aiutarlo con le immagini e di fatto quello è stato l’inizio. Da lì sono arrivati campionati, tornei, Sei Nazioni, Mondiali e quant’altro”.

Impensabile d’altronde, come detto, sfuggire al dna familiare.

“Mio fratello Gianfranco e i miei nipoti Matteo, Marco e Martina hanno tutti giocato a livello eccellente, vincendo anche titoli importanti e indossando la maglia della Nazionale”.

Martina, nipote che è stata pure il primo contatto, alla Riviera del Brenta, con il rugby femminile.

“Ad essere sincera l’inizio non è stato dei migliori. Non mi era piaciuto molto. Ma da un po’ di anni, il rugby femminile è cresciuto tantissimo a livello tecnico e non solo. Oggi lo considero davvero divertente e ben giocato”.

Il Petternella, però, è anche un torneo Seven. Altamente spettacolare e difficile da immortalare.

“Non ho fatto spesso il Seven infatti. È una disciplina più tattica e veloce, mentre forse nel XV ci sono maggiori situazioni come i placcaggi o le fasi statiche ed è più aggressivo”.

Rimane comunque un grande spirito da parte delle atlete. Una cosa che sicuramente accomuna le discipline.

“È una cosa che noto molto di più a livello femminile che negli uomini. Non essendo professioniste, vedo molta più passione per il rugby, più grinta, maggior senso di squadra, un’attitudine diversa. Spesso faccio anche mini rugby e giovanili e anche lì ritrovo questo approccio. Nel rugby femminile vedo tante emozioni vere”.

C.S.



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