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Morto Mancin, superbo sul campo e uomo di grande umanità

19 novembre 2016 327 visite Stampa articolo

eraldo_mancin_-_ac_fiorentinaEraldo Mancin non c’è più. E’ morto ieri a Mestre, dove risiedeva, per una grave malattia al fegato lasciando nello sconforto la moglie Daniela, i figli e la nidiata di nipoti che accudiva con amore ed entusiasmo. Mancin era nato a Polesine Camerini nel ‘45 ed è il secondo giocatore polesano dopo Saul Malatrasi che vinse scudetti e Coppe con Milan e Inter. Nel ‘68/’69 Mancin era titolare nella Fiorentina campione d’Italia quando il “Franchi” vibrava sotto gli inni (Superchi, Rogora, Mancin e poi tutto il resto della squadra il più frequente). Si ripeté l’anno successivo al Cagliari del mitico Gigi Riva. Due campionato di serie A di fila in squadre diverse li hanno centrati solamente Ferrari, Toros, Baggio, Orlando e Pirlo; tutti campioni sul campo e fuori, qual lui era.

Una signorilità ed una competenza che si portò dietro anche da allenatore prima alla Mestrina, poi a Montebelluna e Rovigo dove rimase quattro stagioni dall’’85/’86 all’’88/’89, lasciando un’impronta. Noi personalmente lo abbiamo conosciuto e ne serbiamo un preziosissimo ricordo. Con i biancazzurri lottò col S. Marino per vincere l’Interregionale (allora la serie D si chiamava così) nella stagione ‘87/’88 ma il suo anno migliore è stato senz’altro quello precedente. In estate erano approdati a Rovigo Cardi e Maritan con progetti faraonici (“Faremo del Rovigo una piccola Juventus” -dicevano) ma di fronte alle prime difficoltà ben presto se la svignarono lasciando squadra e società senza il becco di un quattrino.

Mancin non si perse d’animo, radunò i suoi nello spogliatoio e andò avanti senza rimborsi spesa. I suoi ragazzi (Vegro, Balzan, Ruffilli, Tubaldo e Alberto Vitiello fra tutti) captarono il messaggio e lo fecero proprio. E così il Rovigo che navigava nei bassifondi riuscì a rialzare la testa per finire a metà classifica. La stagione più brutta fu l’88/’89 quando dopo un inizio stentato Mancin fu esonerato e sostituito con Carlo Spolaore (nel calcio non esiste riconoscenza).

Ricordiamo ancora il momento dell’esonero. Tutti piansero (giocatori, Mancin stesso e Vani Patrese, factotum della società per decenni). Lo stesso Patrese ne traccia un ritratto struggente: “Mi ha dato un’autentica lezione di vita – afferma Patrese -, un uomo di spessore unico; un puro!. Non dico questo per piaggeria bensì perché credo che uno così nel mondo del calcio (spesso cinico e baro) sia veramente raro”. La redazione di Agorà si unisce alla famiglia e a tutti coloro che gli hanno voluto bene (tantissimi) e porge loro le più sentite condoglianze.

 

Pierre



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