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Dal rugby secondo Luca……e Daniela

25 settembre 2017 Stampa articolo

rugbySTANGHELLA (Padova) – Ironico, pungente, straordinariamente documentato. Sembra un fiume in piena Luca Tramontin nel raccontare la straordinaria storia del rugby, dalle origini fino ai giorni nostri. Al suo fianco Daniela Scalia che, di tanto in tanto, prova ad arginare l’esuberanza del collega invitandolo a raccontare qualche aneddoto personale ottenendo però il risultato contrario perché Luca Tramontin è incontenibile e straripante, proprio come quando giocava a rugby. A fare da sfondo all’evento la giornata dedicata all’inaugurazione ufficiale del rinnovato centro sportivo della Polisportiva Stanghella che sabato scorso ha voluto chiudere col “botto” presentando, in collaborazione con la New Ascaro Rovigo asd, la nuova versione di “Storia e humor della palla ovale”.

Scordatevi di William Webb Ellis, troppo semplice partire dalla famosa storiella dello studente del College della città inglese di Rugby che nel 1823 durante una partita di football, che molti identificano erroneamente con il calcio e che invece con il calcio moderno non aveva nulla a che fare, infranse le regole iniziando a correre con il pallone sotto braccio e grazie a quel gesto creò lo sport del rugby. Questo aneddoto leggendario, non è basato su alcun fondamento storico certificato ed infatti, nella serata di Stanghella, non è stato nemmeno affrontato. L’analisi storica proposta dalla coppia Tramontin – Scalia è stata molto più profonda, scientifica, quasi maniacale.

Aiutandosi con qualche foto hanno dimostrato come tutti gli sport di squadra moderni, compresi quelli nei quali si usano le mazze, abbiano avuto origine dallo stesso “brodo primordiale” che sotto forme diverse prendeva il generico nome di football e che veniva giocato, grossomodo, almeno fino alla prima metà dell’800.rugby Il football, nelle sue molteplici sfaccettature che costringevano i capitani delle squadre ad accordarsi prima di scendere in campo con quale codice giocare ogni volta che si organizzavano partite tra college diversi, era diventato una necessità per formare i rampolli delle famiglie nobili che sarebbero andati a costituire le future classi dirigenti. La rivoluzione industriale aveva messo in evidenza un problema per la nobiltà dell’epoca, ossia la disabitudine al lavoro, elemento che con il boom dell’industria avrebbe, prima o poi, privilegiato la classe operaia mettendo in secondo piano la nobiltà e la borghesia dell’epoca. Così in quelle due ore di “ricreazione autogestita” gli studenti potevano imparare la fatica fisica grazie al football.

Quello giocato secondo il codice del College di Rugby iniziò col tempo a prevalere sugli altri prima di tutto perché il regolamento era contenuto in un libretto di formato tascabile, tutto sommato semplice ed intuitivo e poi anche perché, a ben vedere, il rugby è uno “sport democratico” ed adatto a tutti. Era infatti necessario sviluppare un codice di gioco nel quale tutti trovassero spazio: il nobile che aveva magari un figlio alto e un po’ impacciato nella corsa (seconde linee) pagava al College la stessa retta del ricco borghese che aveva il figlio veloce (trequarti) e che a sua volta pagava la stessa retta dell’aristocratico che aveva un figlio magari basso (mediano di mischia) e che ovviamente pagava la stessa retta di un altro che mandava al College i propri figli che possedevano una struttura fisica più tozza (piloni). Al College di Rugby riuscirono a trovare la formula magica e crearono così un gioco adatto a tutti i rampolli della nobiltà e della ricca classe media inglese senza escluderne nessuno. Questo venne molto apprezzato da quei facoltosi genitori che investivano sul futuro dei loro figli mandandoli al College di Rugby.

rugbyMa Luca Tramontin e Daniela Scalia non si sono limitati a parlare solo della “filosofia” del rugby, anzi si sono spinti molto più in là raccontando, ad esempio, come in Irlanda, togliendo le fasi statiche del gioco, si sia sviluppato il football gaelico, di come questo si sia contrapposto, per tradizione e nazionalismo, agli “odiati” sport inglesi e di come, in origine, in Nuova Zelanda fosse più praticato del rugby; chi l’avrebbe mai detto vedendo come stanno oggi le cose? E poi ancora del motivo per il quale in India, pur essendo stata una grande colonia britannica, il rugby non abbia avuto lo stesso seguito che altrove e di come poi si sia sviluppato anche in Francia grazie a Pierre de Coubertin e perché il suo famoso “l’importante non è vincere ma partecipare” sia sempre stato travisato, un’altra leggenda sfatata dalle argomentazioni del nostro Tramontin.

E’ stata insomma una serata interessante e per certi versi dissacrante per il fatto di aver smontato, dimostrandolo con i fatti, luoghi comuni consolidati dal tempo. Un importante momento di cultura storico-sportiva letto in chiave ironica da due straordinari interpreti del giornalismo sportivo che da qualche tempo, sviluppando una loro idea, si sono reinventati anche come sceneggiatori ed attori in Sport Crime, fiction televisiva prodotta all’estero, che speriamo di poter avere la fortuna di seguire prossimamente anche sui canali TV italiani.

C.S.



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