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Intervista a Mirco Visentin

16 maggio 2018 Stampa articolo

rugbyC’è un gesto tecnico che aveva una gran parte di estetica ma anche una certa praticità nell’allontanarsi dalla difesa avversaria che fa parte del rugby d’antan ed è sicuramente il passaggio in tuffo da parte del mediano di mischia all’apertura. Un gesto di cui Mirco Visentin, numero 9 del Rovigo scudettato nel 1988, era l’assoluto maestro. Ma l’esperienza di uno dei nomi più pesanti, appartenente ad una famiglia che a Rovigo e nei dintorni fa rima con palla ovale, ed un cognome pesante che è sinonimo di mediano, in quella stagione di certo non si limita soltanto a quello.

“Nei ricordi non posso che ripetere quanto già detto da alcuni dei miei compagni intervistati. Ricordo i giorni trascorsi in ritiro ad Albarella, in cui abbiamo ulteriormente cementato il gruppo e per noi era un’esperienza nuova. Oltre a giocare a rugby, si diventava veramente una squadra, divertendoci, scherzando.

Ricordo un giorno che eravamo in bici con Naas e ci passarono la strada due daini. Scherzosamente gli dissi “guarda Naas, due springboks” e lui con faccia di bronzo mi rispose “No Mirco. Tre springboks” alludendo a se stesso. Briz (Flaviano Brizzante, ndr) e Tito (Lupini, ndr) erano gli accentratori del gruppo e noi giovani li seguivamo ad occhi chiusi, pur di stare sempre assieme a loro.rugby

Non eravamo professionisti, ma mi sa che ci allenavamo di più. Non molti studiavano o lavoravano e quindi alle 15 eravamo già al campo a far gare di drop o grubber o tocco tra noi e ci stavamo fino alle 20”.

Mirco non faceva parte delle giovanili pluriscudettate, mancando l’annata per un pelo (è un 1965), ma comunque era riuscito a vincere due campionati under 17 e a perdere una finale contro la Tarvisium. Quel giorno a Roma fu indubbiamente speciale.

“Ero in camera con Lallo Capitozzo e non dormii per niente la sera prima, un po’ per il fortissimo temporale e un po’ per la tensione. Trascorsi la maggior parte del tempo a fumare con il Papo, il nostro massaggiatore. Si giocava comunque alla sera e mi addormentai alle 5 del mattino, dormendo poi tutta la mattina. Alla finale non pioveva, ma il campo era una piscina. La nostra mischia soffriva. Baratella aveva fatto un buon campionato ma era a disagio e le cose si sistemarono un po’ con l’ingresso di Quaglio. Sapevamo che in quelle condizioni Treviso era favorito, mentre noi avevamo trequarti più validi. Il pallone era una saponetta e spesso dovevo incaricarmi io dei calci in box o quelli di spostamento. Non riuscivamo a creare molte situazioni di gioco al largo con la mischia che retrocedeva. Dovevo indietreggiare io o doveva alzarmi palla Gert (Smal, ndr)”.

rugbyIl Wallaby, il pallone di allora, era famigerato da questo punto di vista.

“Asciutto era un pallone spettacolare, il più bello del mondo, con cui potevi fare calci da 50 metri, Naas anche da 70. Io stesso feci due drop da metà campo. Ne ricordo uno contro il Petrarca, simile a quello dello spareggio che segnò Naas. Ma bagnato diventava una saponetta ed era pesantissimo. Triplicava il suo peso, tanto che a volte lo bagnavo appositamente anche in situazioni di secco per allenarmi a quelle condizioni”.

Ne fece esperienza diretta lo stesso Botha, con quell’errore che aprì le porte alla meta di Bettarello.

“La sua esperienza in Sudafrica era un po’ limitata con condizioni del genere, là i campi sono molto secchi e al massimo c’è un temporale passeggero. Certo aveva anche l’esperienza come kicker con i Dallas Cowboys”.

Il mediano di mischia si trova esattamente tra numero 8 e l’apertura, quindi Mirco Visentin era tra i due fuoriclasse sudafricani Smal e Botha.

“Imparai a parlare in afrikaans – scherza -, no in realtà so dire solo gesondheid, cioè salute.

Con Rovigo credo di aver fatto 15 campionati e Gert è lo straniero più rovigoto che ci sia stato, una persona intelligentissima e che nel giro di tre mesi aveva imparato l’italiano, veniva sempre via con noi, in vacanza, in montagna, con Tito spesso parlavano in italiano piuttosto che afrikaans.

Naas meno. La prima partita che ha fatto se non ricordo male era andato a prenderlo Carlo Bego all’aeroporto di Venezia e l’ha portato a Treviso per giocare e mi sembra abbia segnato in tutti i modi. Tito mi suggerì di giocare come sempre e ascoltare Naas, visto che ero nervoso per giocare in coppia con il migliore al mondo. Da quando arrivò, io cambiai un po’ il mio modo di giocare, mentre prima qualche fuga, qualche partenza la facevo, invece con lui gli si affidava la palla e basta. Non posso dire che l’arrivo di Naas non mi sia servito anche per prendermi responsabilità nel gioco al piede quando non c’era, perché ci allenavamo assieme sui calci da ventidue a ventidue, con differenza minime di destro, mentre di sinistro lui era inarrivabile. Prima degli allenamenti si facevano gare di calci di vario tipo e tra i migliori c’era Bombonato che aveva una tecnica individuale fenomenale ed era il motivo per cui partiva titolare pur essendoci la concorrenza di Moscardi e De Stefani. Poi arrivava Naas e si metteva a provare i drop e dei primi quattro, cinque, non ne prendeva uno. Poi siamo venuti a scoprire che mirava al palo”. 

Botha era già il prototipo dell’atleta moderno, dedito alla preparazione e poco alla vita sociale.

“Lui frequentava soprattutto Alberto Osti perché si ritrovava nel concetto di vita da atleta già allora, mentre noi ci allenavamo tanto, ma alla sera si usciva, si andava in discoteca, si mangiava, beveva, fumava. E’ venuto fuori con noi qualche volta, ma capita l’antifona poi non venne più. Anche in spogliatoio c’era l’ala fumatori e quella dei contestatori. Lo stesso Naas fumava, ma una sola sigaretta al giorno e finita la partita. Per non parlare dei ritorni in pullman, che dietro dove stavano i senatori si trasformavano in camera a gas”.

Lo stesso viaggio di ritorno da Roma fu qualcosa di epico.

“Io non ricordo nulla di quel viaggio. Giancarlo Checchinato ci aveva rapito Massimo (Brunello, ndr) per quello che aveva giustamente fatto e l’aveva portato credo ad una qualche trasmissione televisiva e ci aveva poi raggiunto a metà viaggio. Ogni dieci minuti girava una lattina di birra”.rugby

Si sentiva molto l’appartenenza al gruppo rossoblù.

“La cosa più bella di quello scudetto e quello dopo era il fatto che, tranne gli stranieri, eravamo tutti autoctoni e le stesse riserve avevano una qualità eccezionale. Le vere partite si giocavano in allenamento al giovedì. Eravamo sempre una cinquantina e ho visto fratelli picchiarsi e poi andare a casa in macchina assieme. Quelle partite erano una specie di selezione naturale. C’era gente che faceva magari nazionali giovanili o B e poi stava fuori con il Rovigo. Erano anche tempi più sociali, si facevano le compagnie, ci si trovava assieme, in piazza si parlava con i tifosi e tutti sapevano dove potevano trovarti o se avresti giocato”.

C’era anche un treno che arrivò nella capitale a supportare la squadra.

“Sapevamo tutto del treno, ma non ci aspettavamo una cosa del genere. Si pensava ad 8, 9 carrozze, ma è diventata una cosa esponenziale, quasi biblica”.

Certo giocare in coppia in mediana con il numero uno al mondo nel ruolo non dev’essere stato tutto rose e fiori. Si, affidargli palla voleva dire metterla in cassaforte, ma un errore poteva essere difficilmente perdonabile.

“Mandarsi a quel paese in campo era normale e può capitare, ma l’unica volta che ci siamo davvero arrabbiati e gli è scappato un f**k Mirco è stato a Livorno, quando era partito il loro seconda linea sudafricano, un mandolone di 2 metri per 140 chili che probabilmente aveva un conto aperto con lui, e io non sono andato minimamente vicino a placcarlo, anzi mi sono proprio girato dall’altra parte, e lui aveva puntato Naas facendogli fare un gran volo. Naas e anch’io eravamo bravi a placcare, ma di sicuro non c’andavamo in cerca, infatti fu una felice scoperta l’aver spostato vicino a lui Stefano Bordon come centro”.

Attimi comunque indimenticabili, come le grandi feste che seguirono.

“Dopo lo scudetto sono passato da 88 a 95 chili. Facevamo partite al tocco in piazza e le gare di drop a chi prendeva l’orologio del municipio, poi alle 3 del mattino si andava a mangiare le pappardelle con i funghi in Canevone. Non sai quanti palloni ho perso sopra al Municipio, all’Accademia dei Concordi o sopra Franchin. E le gare in macchina sotto ai portici partendo dal Pedavena e uscendo in Gran Guardia, quasi fosse un circuito. Follie irripetibili e memorabili”.rugby

 

C.S.



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