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Alberto Moscardi

20 maggio 2018 Stampa articolo

rugbyParlare di Alberto Moscardi significa inevitabilmente aprire lo scrigno di una delle famiglie che nel recente passato ha fatto la storia della Rugby Rovigo, con la bellezza di tre fratelli tutti chiamati ad indossare la maglia rossoblu. Alberto fu uno dei protagonisti, assieme a Marco, della cavalcata trionfale del 1988.

“I ricordi sono sempre più sfumati, ma ovviamente fu una stagione importante anche perché fu la prima davvero in pianta stabile in prima squadra, dove avevo debuttato nel 1985 proveniente dalle giovanili. Io ed altri ragazzi avevamo già fatto il nostro battesimo. Facevamo parte di quelle annate fortunate che ci sono in tutte le società sportive, dove vai avanti quasi di rendita, grazie a particolari qualità che si trovano assieme. Era, per così dire, una miniera che produceva i suoi frutti”.

Se una miniera potevano essere le annate 1966, 1967, cosa si potrebbe dire allora della famiglia Moscardi in sé?

“Ognuno ha fatto un percorso. Si, di sicuro abbiamo dato. Nessuno prima di noi aveva giocato a rugby. Mio padre era originario di Villadose, ma aveva girato il mondo per le piattaforme petrolifere ed eravamo rientrati a Rovigo mi sembra nel 1977, per cui non ho vissuto un passato rugbistico di famiglia, ma con gli amici e l’inserimento nel tessuto sociale della città, ci siamo anche avvicinati alla palla ovale. Un po’ alla volta siamo arrivati un fratello dopo l’altro. L’ultima tappa prima di Rovigo se non sbaglio fu l’Algeria, ma fino all’adolescenza in pratica eravamo in giro per il mondo: Sardegna, Kuwait e altri”.

Con lui il primo fu Marco e poi arrivò Alessandro, all’inizio terza linea e poi tra i migliori tallonatori italiani, tanto da arrivare ad indossare i gradi di capitano in nazionale.

“Ho giocato con entrambi. Prima con il più vecchio che poi era partito per l’anno del militare e poi con il lavoro, e con il più giovane per un periodo prima che anche lui prendesse il volo andando a giocare a Treviso”.

Una tradizione che sta proseguendo ora con il figlio Matteo, elemento che si sta affacciando in prima squadra ma già punto fermo delle giovanili, prima in terza linea e ora come centro, e anche delle nazionali azzurre juniores.

“Per quello che vedo adesso, ma teniamola tra virgolette, lui mi sembra sia il prodotto migliore, però ovviamente le affermazioni andrebbero fatte a consuntivo e mai a preventivo. Ha delle qualità che forse noi non avevamo, anche se c’è da dire che il nostro era un altro sport”.

In cosa è cambiato?

“È cambiato tutto. Ad iniziare dalle regole, ma anche le strutture di gioco, i giocatori e la loro preparazione: è tutta un’altra cosa. Però, insomma, devi sempre passare indietro la palla se vuoi andare avanti: questo è rimasto”.

Un po’ di invidia per i tempi attuali con il cosiddetto ascensore?

“Ci sono cose che vedo un po’ distanti nel rugby di adesso, come questa regola nelle touche che di fatto porta ognuno a prendere le sue, visto che con l’ascensore la conquista è quasi garantita, o certe sceneggiate che vedo quando ci sono le mischie o alcune regole stupide sui raggruppamenti”.

Si dice che il momento decisivo durante le settimane di preparazione fosse il giovedì, quando ve le davate di santa ragione in campo. Anche tra fratelli.

“C’era molto antagonismo positivo, perché i posti erano contati e l’offerta era notevole. Penso fosse difficile scegliere per gli allenatori. Ovviamente essendoci la possibilità di mettersi a confronto, la partita del giovedì era molto calda”.

Ieri rugbista e lavoratore a Palazzo Nodari. Oggi libero professionista sempre nella sfera degli enti pubblici e della progettazione. Ma non più nel mondo del rugby, se non da tifoso.

“Ho fatto abbastanza fatica a staccarmi da quel mondo, dall’ambiente e da quelle sensazioni, per cui all’inizio avevo difficoltà a starci vicino. Non sento di avere il talento per allenare o per stare comunque ai margini, mi piaceva essere protagonista e poi comunque fatto vent’anni lì dentro era giusto fare anche dell’altro e lasciare spazio a chi ha più entusiasmo”.

La finale 1988 è passata alla storia anche per l’esodo dei tifosi con il treno rossoblu.

“La coscienza del fenomeno treno non fu istantanea, ma ci si rese conto di cosa fosse diventato poi. All’inizio sembrava una città organizzata per facilitare il movimento dei tifosi verso la finale che si disputava per la prima volta e la cui sede era stata stabilita in anticipo ed era un po’ scomoda. L’effetto del treno si vide all’uscita sul campo quando c’era questa miriade di persone, anche se comunque un po’ la sensazione c’era pure prima visto che tutti in città parlavano di questo servizio che era stato organizzato e c’era una corsa per poterne usufruire. È stato un momento importante di aggregazione per gli stessi tifosi”.

Trentanni dopo, l’1 giugno, ci si ritroverà assieme a festeggiare in piazza.

“Con alcuni di quei giocatori continuiamo a vederci e frequentarci, ovviamente meno magari con gli stranieri per difficoltà logistiche, anche se comunque ad esempio con Tito (Lupini, ndr) quando viene su ci si sente e ci si vede. Comunque quando ci si rincontra tra tutti noi è come se avessimo appena finito di giocare, non c’è mai quell’imbarazzo che si crea tra persone che non si incontrano da molto tempo. Ti vedi e sai già che dopo due secondi farai le battute e gli scherzi che facevi allora”.

Un aneddoto di quell’annata?

“Ricordo che io ero sempre in affanno con la borsa, che portavo direttamente all’università ed era piena di libri. Ho letto di miei compagni che dicevano di essere al campo dalle 14 e avevano ben ragione di esserci. Io purtroppo, invece, non potevo. Smontavo dal treno e andavo direttamente al campo”.

Affanno perché la borsa era piena di libri, dunque, non per gli scherzi da spogliatoio.

“Io ero uno degli organizzatori degli scherzi e quindi poi stavo molto attento a possibili ritorni di fiamma. Ne facevamo di tutti i colori, ma eravamo un bel gruppo di amici. Quando in un club sportivo riesci anche ad avere la componente dell’amicizia, è come avere il turbo su un’auto”.

 

C.S.



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